Ho una lunga lista di libri di Bill Bryson che vorrei leggere. Se ne sta lì bella bella da parecchio tempo, intatta, e non mi spiego questo fatto: è un autore che amo molto, per quel che ho letto e anche per quel che non ho letto. Per quel che ho letto perché ho scoperto un narratore eccezionale, per quel che non ho letto perché i soli titoli dei suoi libri catturano irresistibilmente la mia attenzione.

Per cercare di darmi una scossa [è arrivato il momento di recuperare e spuntare qualche altro titolo della lista] ho pensato, allora, di parlarvi di un suo libro che ho letto qualche tempo fa e che mi ha letteralmente conquistata: L’estate in cui accadde tutto.

Questo libro è stato un graditissimo regalo che mi ha fatto scoprire un narratore abilissimo, capace di raccontare fatti di storia e cronaca con un’agilità e una naturalezza straordinarie: cinquecento pagine e non sentirle!

Nell’estate del 1927 gli Stati Uniti sono travolti da un’ondata di novità e di energia: l’impresa di Charles Lindbergh, che riuscirà a sorvolare l’Atlantico in solitario, è il simbolo di una grande ventata di cambiamenti che farà sentire, per la prima volta nella loro storia, gli Statunitensi al centro di questo nuovo mondo in fermento.

“Nell’arco di nove mesi, undici persone erano morte nel tentativo di trasvolare l’Atlantico. Proprio a quel punto, quando nulla sembrava andare per il verso giusto a nessuno, un giovane allampanato soprannominato “Slim” arrivò in volo dall’Ovest, annunciando il suo progetto di trasvolare l’oceano in solitario. Si chiamava Charles Lindbergh. Stava per cominciare un’estate veramente straordinaria.”

Con incredibile spontaneità e scorrevolezza, Bill Bryson ci racconta la storia di questi cambiamenti: ci parla di cronaca nera e di sport; di gangster e politica, di cinema e musica, libri e quotidiani, di proibizionismo e d’immigrazione.

Pagina dopo pagina scopriamo Charles Lindbergh e la sua enigmatica personalità, conosciamo la storia della leggenda del baseball Babe Ruth e quella di Henry Ford, ci imbattiamo nei fatti di cronaca nera del tempo e nelle vicende legante alla devastante inondazione che colpì gli stati del Sud. L’autore ci racconta dell’industria cinematografica e degli scrittori più amati ma ci parla anche di quanto accadde a Sacco e Vanzetti, dello spirito di intolleranza “superficiale, automatica e pressoché universale” diffuso nel paese e della pena di morte. Attraverso queste e molte altre storie ci descrive scrupolosamente un paese carico di energia ed eccitazione senza nasconderci le sue contraddizioni.

“Oltre a tutte le etichette che furono applicate agli anni venti – l’età del jazz, gli anni ruggenti, l’epoca del sensazionalismo, gli anni folli – ce n’è una che non fu mai usata, ma forse avrebbe dovuto: “l’età dell’odio”. Mai nella storia del paese, vi fu un periodo in cui così tante persone ne odiarono tante altre di ogni orientamento, e con motivazioni così esili.”

Quello che mi ha colpito di più, ripensando alla lettura di questo libro, è la capacità dell’autore di tenere insieme tutto questo senza perdere in immediatezza e scorrevolezza: senza ombra di monotonia e ripetitività.

Per me è stata un’interessantissima lezione su questo pezzetto di storia e di società, una lezione che, in realtà, è un magnifico racconto. La sensazione che resta è quella di aver letto un bellissimo romanzo che ha come protagonista, appunto, quella incredibile estate.

***

L’estate in cui accadde tutto, Bill Bryson. Guanda Editore, 2014.

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